Giorgino

Adesso ascoltami brutta manza, datti fuoco alla cordicella del tampax e fatti scoppiare la caverna, perchè è l’unica botta che riceverai nella tua vita, mia cara”

Da: Priscilla la regine del deserto -1994 – Stephan Elliott

Giorgio, meglio noto come Giorgino, rigira su sé stesso, impazzisce al vento perso nel vortice di una sensazione nuova e sconosciuta, sfiora la luce della candela che illumina la notte e sorride in un angolo, nel buio. Almeno così ha scritto in una sua poesia. Come un italiano ogni tre – almeno così dicono le stupide statistiche annunciate dall’elettrodomestico televisione – Giorgino scrive poesie. Giorgino le poesie le scrive per se stesso, le scrive per gli altri e le regala volentieri, basta porgergli un taccuino e prontamente ricopia a memoria l’ultima sua composizione. Giorgino le declama anche pubblicamente, nei locali, accompagnato da una chitarra, Giorgino frenetico o free eretico… Almeno cosi si presentava sui volantini piazzati nei bar e nei locali leggermente più “alternativi”.

A dire il vero non si è mai sentito Giorgino pronunciare questo vocabolo, “alternativo”, credo non ne abbia bisogno, né del vocabolo, né dell’etichetta e nemmeno di identificarsi in qualcuno o qualcosa che non sia sé stesso. Giorgino appare in pochi locali, prima di vederlo di solito lo si sente esplodere in fragorose e riconoscibilissime risate. Molti al posto di Giorgino avrebbero ben poco da ridere. Molti cresciuti nella famiglia di Giorgino non riderebbero affatto. In genere chi ha provato la violenza ha poco da ridere e poco da essere auto ironico. Giorgino ha anche un lavoro, Giorgino poeta e operaio…  Ha anche un’utilitaria rossa, una Panda 30, che guida con un cuscino sotto al sedere, per vedere bene, Giorgino guida tutto piegato verso il centro della vettura, inclinato in avanti a scorgere la strada, impossibile non riconoscerlo se lo si incontra, anche di notte, lungo le strade che portano negli angoli del buio e alle luci delle candele di cui scrive. Una volta lo hanno visto in un parcheggio dove si incontrano gli omosessuali. Una volta lo hanno visto ubriaco, fumato, piangere e ridere. Lo hanno visto pisciare, appoggiato con una mano ad un muro e  con l’altra reggere il pene e dirigere il getto in alto, facendogli fare una grande parabola, pisciare allegro come se lo facesse in faccia al clero e allo stato. Perché il clero e lo stato sono i nemici di Giorgino. Giorgino l’anarchico, il pazzo, il finocchio, il maledetto culo rotto… Perché Giorgino non può piacere a tutti e non tutti possono andare oltre la battuta, la bestemmia, il racconto sconcio della fellatio che ha praticato al suo ultimo amante, fisso o occasionale… Oltre la grassa risata di Giorgino c’è un mondo di poesia, basta porgergli un notes, un taccuino, un’agenda, un pezzo di carta e a memoria ricopia le sue ultime composizioni, ti racconta di una serata, di un amore, di sesso, dei compagni anarchici, di riviste sconosciute, di un altro mondo, fatto di poesia. Poi,  puoi sempre farti una pisciata in faccia all’universo in compagnia di Giorgino. Forse la gente per bene non leggerà mai una poesia di Giorgino, non gli offrirà mai un bicchiere, non gli porgerà mai un pezzo di carta, la gente per bene rimarrà tranquilla al buio, davanti alla televisione,  senza la candela che illumina l’angolo buio e che trasforma in poesia quello che gli occhi di Giorgino vedono, hanno visto e sanno vedere.

 

Ritratti: Raimundo

Sono la pecora sono la vacca
che agli animali si vuol giocare
sono la femmina camicia aperta
piccole tette da succhiare

(Fabrizio De Andrè, Princesa)

 

Mino Dal Porto era partito per il Brasile, una vacanza… Rio de Janero, Bahia… sole e spiagge.

Mino Dal Porto era cresciuto in un paesone di provincia e non era mai stato particolarmente sveglio, mai stato particolarmente bravo a scuola, aveva terminato con difficoltà la terza media e subito dopo aveva iniziato a lavorare nella bottega del padre, un piccola merceria. La madre, casalinga, non lavorava, ed era seguita da un assistente sociale, anche il fratello minore di Mino Dal Porto era seguito da un assistente sociale. Il lavoro in merceria non era molto gratificante e Mino dopo qualche anno di lavoro e risparmi partì per la sua vacanza, per quel viaggio che sognava da sempre. Il sole, le spiagge del Brasile, con le femmine a seno nudo e il culo in variopinti tanga. Mino Dal Porto si masturbava ogni sera con queste immagini negli occhi. Non ne parlò mai a nessuno ma un giorno prese l’aereo. Non fu facile… ma Mino rimase a Rio due anni, poi tornò in Italia insieme a Vanessa. Vanessa nei documenti però si chiamava Raimundo. Raimundo era diventato una “donna” poco prima di conoscere Mino, conosceva l’Italia, si era procurato lì il denaro, lavorando e battendo sulle strade, per l’operazione. Raimundo \ Vanessa si era occupata di Mino da subito, da quando lo aveva notato spaesato e felice fuori dall’aeroporto di Rio.

Mino e Vanessa tornano in Italia, sono felici, lui ha ventidue anni, lei trentuno. Si trasferiscono, i primi tempi, a casa della famiglia Dal Porto, fra lo scandalo dei vicini, le grida della madre e le risate del fratello di Mino… di li a poco trovano una sistemazione in un modesto monolocale dove impiantano la loro attività. Importano biancheria intima per transessuali dal Brasile e la rivendono direttamente nei luoghi dove questi si prostituiscono. Le strade. Mino e Vanessa \ Raimundo con il loro campionario battono tutte le zone della regione, accostano l’autovettura e tentano la vendita direttamente per strada. Le clienti hanno sempre  il denaro contante dei primi frequentatori che hanno soddisfatto, alcuni facoltosi avvocati, professionisti, ragazzi giovani e meno giovani, a volta coppie con il desiderio di provare qualche novità…Vanessa è una di loro e quasi sempre i transessuali acquistano la loro biancheria, molto provocante, bella e pregiata come quella femminile che possono trovare nei negozi di intimo, ma con mutande, tanga e body concepiti per contenere il pene, quindi molto più comoda. Gli affari vanno bene a Mino e Vanessa; Raimundo è un ricordo del Brasile, di Bahia, e le strade italiane sono un carnevale molto più grosso e fantasioso di quello di Rio, almeno per chi le batte di notte ed è dotato di una certa fantasia.

Ritratti: Savio Merletti

“Le puttane svolgono le stesso lavoro dei preti ma molto più scrupolosamente.”

(Robert Anson Heinlein, 1907 – 1988, scrittore di fantascienza statunitense)

A Savio Merletti era toccato in sorte un nome improbabile… di lavori invece in sorte gliene erano toccati veramente pochi. Che si sappia nessuno. All’inizio viveva di una piccola eredità, successivamente aveva intrapreso, per racimolare denari, una carriera nel ramo delle assicurazioni. Praticamente si faceva tamponare l’automobile e simulava colpi di frusta al collo. Una professione svolta da molti, ma Savio Merletti sapeva come quando e a chi… e a lui, al contrario degli altri, il “lavoro” andava bene.  Savio Merletti amava le donne, amava? Diciamo che a Savio Merletti piacevano le donne, il problema è che alle donne non piaceva  Savio Merletti.

Savio Merletti dormiva di giorno e passava in giro le notti. Verso le quattro del pomeriggio si alzava, prendeva la sua vecchia automobile ammaccata, una Mercedes decrepita di grossa cilindrata alimentata a gas metano, e raggiungeva il solito bar, solitamente mal frequentato, pochi vecchi, qualche perdigiorno, giovani pochi e più o meno tutti sbandati. Tra un caffè e un Campari con vino bianco tirava le ventidue… l’ora giusta per raggiungere la stazione dei treni e raccogliere le prostitute e accompagnarle ai rispettivi posti di lavoro. Savio Merletti non era un magnaccia, non guadagnava nulla e non sfruttava di certo la prostituzione, almeno non economicamente. Savio Merletti offriva passaggi in automobile, in cambio riceveva premi “in natura”. Terminato il giro, effettuava una fermata al chiosco per mangiare un boccone, bere qualche birra, un giro lungo i viali e le vie frequentate dalle prostitute, per vedere le nuove arrivate, fare amicizia, offrire un passaggio per il ritorno a casa. Queste generalmente erano le serate di Savio Merletti. Alla legge Savio Merletti non andava a genio, frequentemente veniva fermato, portato in caserma, accusato di sfruttamento della prostituzione. A nulla servivano le sue delucidazioni ai tutori dell’ordine… una volta lo hanno pure arrestato. Si è fatto qualche mese di galera. Savio Merletti non piaceva alle donne, non piaceva alla legge, ma piaceva alle puttane e anche ai giornalisti, non c’è stata una volta che, fermato dagli sbirri,  non sia stato messo sui quotidiani locali, fotografia compresa. Savio Merletti il puttaniere ovviamente se ne fregava, non è che dopo si vergognasse ad andare al bar, anzi faceva vedere lui stesso l’articolo, e li conservava tutti. In fondo non faceva nulla di male, non ci guadagnava nulla, e le prostitute a cui faceva l’autista con un contratto di “scambio merce”  non erano poveracce costrette dalla malavita, ma ragazze consenzienti che esercitavano liberamente la professione. Savio Merletti una volta ebbe un incidente vero, non uno di quelli modesti causati da lui stesso… un grosso furgone non rispettando una banale precedenza colpì in pieno il fianco della vecchia Mercedes e gli causò varie fratture e tre mesi di ospedale. Savio Merletti questa volta incassò una buona somma dall’assicurazione. Investì tutto in un micro televisore con lettore videocassette da installare in auto, (la stessa vecchia Mercedes rattoppata alla meglio da un vecchio carrozziere che frequentava lo stesso suo bar), una telecamera, treppiede.. qualche faro. Savio Merletti produttore, regista e attore di film porno amatoriali. Di nuovo in giro, queste volta oltre che a dar passaggi faceva visionare i suoi capolavori cinematografici, offrendo una percentuale della vendita delle videocassette alle prostitute che accettavano di far la parte di attrice protagonista.  Fu un fallimento, quasi nessuno comprava i video, e la casa di produzione Merletti Night Productions  chiuse i battenti in pochissime settimane. Savio Merletti riprese tranquillo le sue vecchie abitudini, l’unica cosa che conservò fu il televisore in automobile.

L’inverno, quando i viali sono freddi, la vecchia Mercedes di Savio Merletti è un buon rifugio per scaldarsi qualche minuto fra un cliente e l’altro e la televisione che gracchia talk show e reality show è quasi piacevole… come se rendesse il tutto più ironico…

Savio Merletti si sveglia verso le quattro del pomeriggio, e rientra raramente prima delle cinque del mattino, ha meno di quaranta anni, non piace alla donne e ai tutori dell’ordine, piace invece alle prostitute e piace anche a certi giornalisti, che possono scrivere nel loro quotidiano locale le fantasie che alla gente perbene piace leggere, al mattino, con il caffè, prima dell’ufficio.

Ritratti: Cencio e Nacio

Nei quartieri dove il sole del buon Dio non dà i suoi raggi
ha già troppi impegni per scaldar la gente d’altri paraggi,
una bimba canta la canzone antica della donnaccia
quello che ancor non sai tu lo imparerai solo qui tra le mie braccia.

(Fabrizio De Andrè, La città vecchia 1974)

Rumene, le rumene in genere sono belle, le rumene arrivano in Italia, sono specializzate in assistenza agli anziani, infermieristica varia, servizi domestici e prostituzione. Molti italiani vanno in Romania, alcuni a Cuba, quelli che a cui piace l’esotico a Cuba, quelli a cui piace l’Europa in Romania.

Anche alcune cubane arrivano in Italia, come mogli e fidanzate, le cubane stanno “più avanti” delle rumene, invece di far assistenza agli anziani assistono giovani, ma anche meno giovani, ma non anziani decrepiti. Chi è passato, oppure ha fatto scalo all’aeroporto internazionale dell’Avana non ha potuto non notare frotte di italiani sorridenti, spaesati, in sandalini, camicina a fiori e braghette ridicole, con zainetto tipo scuola e pacchi di dollari…

Cencio lavora tutto l’anno a maledette serrature, a torni, frese, macchine utensili, Cencio ha una piccola azienda artigianale e non “raccatta” una donna, se non pagandola.

Nacio è un bel ragazzo, giovane, dipendente di una grande industria, e di donne, volendo, ne “raccatta”, ma ciò comporta fatica, comporta locali alla moda, discoteche, in poche parole comporta luoghi e “non luoghi”  che Nacio non ha nessuna intenzione di frequentare… non gli “appartengono”, li trova fasulli, scontati, brutti e rumorosi.

Cencio una volta all’anno va a Cuba, un mese intero, dopo un mese interno rientra, e di nuovo serrature, frese, torni, per undici mesi… poi va a Cuba. Cencio vive così da anni. Si trasferisce in un piccola pensione dell’Avana, trova una donna, o meglio, si fa trovare da una donna che sfamerà la propria famiglia interpretando il ruolo di fidanzata, amica, moglie, amante di Cencio. Partito Cencio arriverà un altro, magari gentile come Cencio, magari prima di prendere l’aereo regalerà a lei e ai sui fratelli un porchito come fa sempre Cencio. Magari un giorno un italiano la sposerà, forse giovane e bello. Le immagini del Che, i ricordi della rivoluzione.. le strade dell’Avana saranno un ricordo. In Italia vivrà felice fra mala sanità, nebbie padane, lavori precari e deprimenti… senza musica, canzoni… locali dove Ernest sorseggiava felice Cuba Libre. Sì, vivrà così per qualche mese, anno…. poi il Caribe sarà più forte, l’istinto, le origini, le radici, la richiameranno ai ritmi latini della sua isola, come in genere tutte le altre prima di lei, ma questo non può ancora saperlo.

Nacio l’ha studiata, una volta ogni due mesi, parte con il furgoncino Caritas del prete della parrocchia di S. F. Carica abbigliamento, generi vari raccolti dai parrocchiani, un paio di rumene italianizzate, cioè con un lavoro in Italia, scarica il furgone nella missione cattolica rumena, accompagna le rumene dai familiari, tutto questo gli comporta un giorno e mezzo fra viaggio, scarico e accompagnamento. Nacio a questo punto ha ancora cinque giorni liberi, prima di rientrare in Italia. Nacio sa bene come impiegare questo tempo, dove andare, cosa regalare… in fondo bastano pochi euro, basta conoscere pochi vocaboli, basta presentarsi con il furgoncino, essere un minimo gentili e generosi. Nacio spesso torna in Italia con alcune ragazze, Nacio è un bravo ragazzo e a volte trova loro persino un lavoro, un amico… insomma come dice lui <<le sistema>>.

Anche Cencio è un bravo uomo, e fra la moltitudine dei viaggiatori del sesso non tutti sono così, non tutti sono gentili, insomma ci sono dei porci schifosi. Cencio tornerà sempre alle sue macchine utensili cantando ritmi latini… e Nacio farà a lungo viaggi di beneficenza  con il furgoncino Caritas, l’Italia, la Romania, Cuba, decine di altri paesi saranno sempre lì sulle carte geografiche, con la loro cultura, i loro disagi, le loro storie, che non sfioreranno mai le menti di Cencio e Nacio, in fondo sono dei “ semplici”, dei  bravi “cristiani”…

Ma chissà se un assurda malinconia li accompagna. Forse un  velo di tristezza li avvolge… fra quelle braccia e quelle gambe

ritratti: Il Fontaniere

Saranno cose già sentite
o scritte sopra un metro un po’ stantìo, ma intanto questo è mio
e poi, voi queste cose non le dite,
poi certo per chi non è abituato pensare è sconsigliato,
poi è bene essere un poco diffidente
per chi è un po’ differente…

(Francesco Guccini, canzone di notte n 2. 1976)

Igor lavorava in un fabbrica di ceramiche, ceramiche industriali, pavimenti e rivestimenti. “Bruciava” i sacchi temoretraibili sui pallet. Preparava le spedizioni, ma quel maledetto bruciatore faceva schifo – fiamma bassa – ed era impossibile lavorare così. Conobbe Adriano “il fontaniere” che gli spiegò come sistemarlo, dicendo: << io non ti ho detto nulla, son cazzi tuoi, cosi va’… ma non è a norma.>>  Da quel giorno Igor sistemò tutti i bruciatori, Adriano gli mandava “clienti” dicendo: << io non posso far niente, i bruciatori sono a norma così, ma quell’Igor del reparto spedizioni ci sa metter le mani>>.

Fabrizio stava fotografando mozziconi di sigarette nel centro storico di F.  e gli si avvicina una tale… <<che fai ?>> gli disse… << un lavoro sul fumo, dal 10 gennaio sarà vietato fumare, faccio un lavoro creativo, ma anche di documentazione… Insomma scompare un mondo, merda! Non si potrà più fumare una sigaretta davanti ad un bicchiere>>.  Lei si chiamava Giulia; il dialogo continuò un po’ poi i due si trasferirono a casa di Giulia per un caffè. Fabrizio scopri di lì a poco che quella era veramente un po’ svitata, scriveva brutte poesie, fumava decine di sigarette… Ma dalle foto sui muri scorse una bella “tipa” .. <<chi è ?>>, Giulia spiegò che era una sua amica, molto bella, simpatica e le solite cose che si dicono delle amiche… <<  che sia disponibile per una foto ? mi serve una ragazza con un bel culo, da posizionare di fronte ad una finestra del centro, per evocare la sigaretta dopo l’amore, insomma la sigaretta che tutti i fumatori si “pippano” dopo aver scopato…>>  Giulia contattò l’amica e di lì a pochi giorni ci si trasferì tutti a casa del conte, il proprietario della finestra adatta, e si fecero queste foto con l’amica di Giulia alquanto svestita alla finestra…

Il set di ripresa fu parecchio sboccato, e il conte arrossì più volte… di lì si decise di trasferirsi tutti a  casa di Giulia, conte escluso.

Fabrizio telefonò ad Igor dicendo << ehi, vieni nella tal via, sono con due svitate e ci passiamo una serata allegra..>> Igor arrivò dopo poco.  In quattro a casa di Giulia, una serata allegra… le ragazze erano alquanto indecenti, bevevano e fumavano decine di sigarette… Giulia ci provava decisamente con Fabrizio, Igor ci provava decisamente con Giulia, Fabrizio e l’amica di Giulia stavano molto sulle loro. Di li a poco si andò tutti a casa, non prima però che Igor le massaggiasse entrambe ( Igor ha l’hobby dei massaggi), una scena ridicola e apocalittica, che finì, come c’era da aspettarsi, in nulla di fatto, o concreto…

Igor tornò spesso a far visita a Giulia e se ne infatuò decisamente… la portava a cena, al cinema e poi salivano nel suo appartamento a scopare. Andò avanti per un po’; poi Igor scoprì che anche Fabrizio un pomeriggio era andato a trovare Giulia ed era salito su da lei a scopare… Ma Fabrizio non ne voleva sapere, incidente di percorso, non voleva avere a che fare con una svitata che scrive brutte poesie, che si taglia le vene e che sta ogni due per tre dallo psichiatra… Igor ne era decisamente infatuato e passava ore a chiacchierare con lei, scoprì che aveva un fidanzato, no un ex fidanzato, insomma scoprì una figura molto importante nella vita di Giulia e non ben identificata come ruolo… Era  “Il fontaniere”, quello dei “fiammoni”.  Igor uscì da casa di Giulia quella sera e non la vide più, di li a poco seppe che si era nuovamente ferita con un vetro… ma che adesso stava bene.

PPNE correva l’anno 2005, numero speciale legge sul fumo (pdf on line) “clicca”: ppne-20-web.pdf

Soldati

Si sta come
d’autunno
sugli alberi
le foglie

(Giuseppe Ungaretti)

Si sta come d’autunno sugli alberi le foglie, scriveva Ungaretti, poche parole molto efficaci!

Leggetele nella mente ad occhi chiusi, che immagine visualizzate? Certi frasi sono come fotografie, pescano nella memoria, nel bagaglio esperienziale, in quello culturale, io visualizzo soldati di un tempo, mi vengono alla memoria i racconti della ritirata di Russia, poveri disgraziati in balia degli eventi bellici, incompresi e decisi da altri. Fanti nelle trincee mal armati e peggio vestiti.

Nulla a cha fare con i soldati moderni, tecnologici, fucili d’assalto automatici, mercenari al servizio del denaro, fanatici. Ungaretti non riporta alla memoria certamente i violentatori di Mogadiscio, i torturatori di Guantanamo e altri criminali impegnati in missioni di pace all’estero. Chissà cosa avrebbe scritto oggi la sua penna felice ed ermetica.

Sì, perché in missione di pace ci vanno i soldati con mezzi blindati, elicotteri d’assalto, proiettili all’uranio impoverito, servono per riportare la pace. Forse intendono la pace eterna.

In attesa di una missione di guerra mi domando chi verrà inviato in guerra in missione di guerra, e, mi pare ovvio, che invieranno plotoni di insegnanti e medici. Li vedo bene i medici combattere a colpi di garze e disinfettante. Medici in prima linea al check-point, abbattuti 6 nemici con un bisturi sterile.

Gli insegnati in guerra lanciano grossi “Devoto Oli”, copie di “La Storia” di Elsa Morante, 668 pagine, una contraerea! Spappolano nemici, dei veri carnefici.

La mia maestra della prima elementare, bionda, riccia, secca, rimase incinta che eravamo alla lettera C, poi supplenti fino alla lettera Z. La bionda secca e 12 supplenti in ricognizione, io avrei avuto soldati ad insegnarmi le lettere, forse avrei imparato la grammatica, peccato non fossimo impegnati in guerra, pardon -in pace- in quel periodo.

I professori delle medie sarebbero stati un plotone formidabile, magari imparavano qualcosa e nel tempo forse sarebbero riusciti anche ad insegnarlo. Quella di italiano non sarebbe andata avrebbe disertato e la salvo. Quella d’inglese, amica intima di Margaret Thatcher e simpatizzante di Augusto Pinochet avrebbe avuto un sucessone, sarebbe rientrata generale. L’insegnate di musica che non mi faceva ne suonare ne cantare lo avrebbero suonato a dovere. Quello di educazione tecnica ripeteva sempre, in continuazione: “nulla si crea, nulla si distrugge, tutto si trasforma”, oggi ho capito che forse voleva parlare della creazione, ma non sono sicuro, forse era un ateo miscredente, le cose le vedeva trasformarsi, evolversi, simpatizzava per Darwin, credo… Non ce l’avrebbe fatta, un altro martire avvolto nella bandiera, funerale pubblico e pennivendoli in estasi a scrivere cazzate nemmeno pensabili, una manna per la stampa. Un truppa speciale, un corpo scelto i professori delle superiori, specializzazione scopare studentesse, reparto pulizia etnica.. Le professoresse lanciatrici di granate, tranne quella mora tinta iper truccata, specializzazione mimetismo fanerico, a scuola chiamammo la polizia, ci aveva derubato dei soldi per l’acquisto degli strumenti per la formatura e non era più venuta a far lezione, forse era davvero andata in guerra, ma anche no, comunque se fosse andata avrebbe avuto fortuna. L’Avrei vista bene a gestire un mercato nero atto a mettere in piedi una  colonizzazione economica.

Dicevamo? …le parole, le parole portano alla mente immagini, si fotografa anche con le parole, solo che le fotografie fatte con le parole abbisognano di più fantasia delle fotografie fotografie. Adoro le immagini che solo le parole evocano alla memoria, per questo voglio scrivere una “bestemmia”:  A me Moby Dick di Herman Melville mi fa cagare! Melville mi sta simpaticissimo, ha scritto cose bellissime, ma Moby Dick ha descrizioni cosi minuziose, cosi precise che al lettore non è necessaria nessuna applicazione della fantasia, non vengono alla mia memoria immagini mie, ma sue! Melville la tua comunicazione è autore centrica, lasciami un po’ di spazio.

La comunicazione è sempre conclusa dal lettore, ma c’è un modo che lascia più spazio non solo interpretativo al lettore, ma soprattutto cognitivo; e un modo invece più descrittivo che di questo spazio ne lascia meno, o anche quasi niente.

Cinque modi di fotografare…

L’utopia, che significa non qualcosa di “irrealizzabile”, ma qualcosa che “non si è ancora realizzato”,  il sano impulso a non rassegnarsi allo stato di cose vigenti, e io mi considero anarchico fin dagli anni in cui sono entrato nell’età della s/ragione… e continuo a esserlo, perchè l’anarchismo non è un partito a cui aderire o un’ideologia da abbracciare, bensì un modo di vivere, di rapportarsi con il prossimo, di anteporre la dignità alla convenienza…

(Da Intervista a Pino Cacucci di Rita Cenni)

I modi di fotografare sono pressoché infiniti, ne analizziamo qui alcuni fra i più percorsi nell’ambito della fotografia naturalistica…

1 La “caccia” alla fotografia più bella (bella?). Il “concorsista”.

Il delirio più grande: applicare alla narrazione, perché la Fotografia è narrazione, il metro e i canoni dello sport. Se si accetta questo metro la fotografia perde il suo significato, non è più narrazione, non è più comunicazione o se volete “emozione” ma diviene competizione. Una competizione giocata in terreni di gioco diversi fra loro, con mezzi tecnici diversi fra loro, in condizioni diverse fra loro. Le giurie spesso sono di foto amatori, amatori che giudicano amatori! Competenze naturalistiche? Caliamo un velo… basta rammentare la “bufala” del lupo che salta i cancelli come i canguri, invece di strisciarci sotto come i suoi simili… La fotografia diventa qui ambita preda, trofeo di caccia da appendere, competizione da vincere con tutti  i mezzi leciti e non, come l’italica società insegna.

2 Il collezionismo, desiderare un oggetto, un qualcosa… un immagine di un soggetto nello specifico, non per quello che rappresenta ma per soddisfare un senso di possesso, la fotografia qui non viene “fatta” o “eseguita” ma viene “catturata” con istinti predatori. Un po’ come certi uomini fanno con le donne, o viceversa. Il soggetto fotografato non è capito, non è il fulcro della narrazione, è catturato, è violentato e abbandonato, in senso concettuale, e di conseguenza diretta perde di interesse immediatamente dopo essere stato “catturato”  – “conquistato.

3 La fotografia per la scienza. Qui l’estetica, la comunicazione, la grammatica dell’immagine, l’emozione, il racconto e quanto di più nobile ha dentro di sé la fotografia è buttato fuori a calci come un cane in  chiesa. Questa fotografia definita “utile” corteggia la prostituta più maltrattata della nostra così detta società civile, cioè la scienza stessa.  La scienza partorì una figlia, la tecnologia che si sposò immediatamente con il sistema merceologico dimenticando da dove proveniva per generare bisogni inesistenti e lodare il dio denaro. Il concetto che ne vien fuori è bestiale, anche se va detto che le bestie sono abbastanza sagge da non cadere in aberrazioni esclusive dell’animale umano.

4 C’è anche chi fotografa per i fatti suoi, speso è una persona normale, che trova nella fotografia interessi, fonti di riflessione e sentimenti che sono degni di ogni rispetto e nobili espressioni dell’animo umano. Queste simpaticissime persone tuttavia non possono essere definite “fotografi” ma sicuramente sono la specie più rara del mondo foto-amatoriale soprattutto quando non cercano di riprodurre foto più o meno note, ma percorrono un proprio sentiero stilistico.

5 l’artista, ecco che entriamo in un campo minato, la fotografia come forma d’arte, il punto è come distinguere le une dalle altre. Per capire questo ho fatto una breve intervista a Claudio Marra ( Storico della fotografia DAMS Bologna, saggista scrittore esperto di fotografia artistica) ma dopo varie divagazioni non si è capito come si distingue, pare che determinante sia il “linguaggio” ovvero il linguaggio deve essere di maggior interesse, rilievo e avere più importanza del soggetto. Quindi se volete fare gli artisti niente soggetti importanti, anzi scattate a caso foto ad un tombino, magari vi si spalanca l’olimpo dell’arte o più probabilmente vi ricoverano per demenza. Lasciamo queste forme dubbie di arte ai ricchi annoiati che frequentano  le aste  di  Christie’s e simili  e proseguiamo con cose più serie. (Arte e fotografia se ne è parlato in: sasso nello stagno Oasis n° 176 giugno/luglio 2008)

Allora questa fotografia come dovrebbe essere? La parola fotografia deriva da due parole greche: foto (phos) e grafia (graphis). Fotografia significa quindi scrittura (grafia) con la luce (fotos), ma questa terminologia non esprime più il concetto,  o meglio funzionava agli albori della fotografia, oggi dopo migliaia di chilometri di pellicole esposte, deliri digitali, sensori e affini la fotografia è diventata una cosa molto diversa da quello che era quando è partita e la sua evoluzione, più tecnologica che culturale, gli ha “invecchiato il nome”. Il percorso più interesante delle immagini fotografiche è il “logos” (discorso), quindi fotologia, (discorso con la luce), raccontare diventa la chiave, diventa l’espressione. La narrazione per immagini prevede certamente un approccio più approfondito, sia alle tecniche sia al linguaggio e non meno alla conoscenza del soggetto e del luogo ma proietta la nobile arte del raccontare in una dimensione più elevata e autentica. Con una fotocamera al collo abbiamo in mano le chiavi di un mondo, perché rimanere in anticamera?

Foto: Una giovanissima natrice dal collare, (Natrix natrix) avanza verso la fotocamera, e i girini che se ne stanno alla sua ombra,  opportunamente piazzata in acqua su un treppiede e comandata a distanza via cavo usb.

Reflex digitale , ottica  12 – 24 mm in custodia Easydive Leo II con pulsantiera di comando a distanza.

Un immagine dal forte spessore narrativo, contestualizzata nell’ambiente

Un tuffo nello stagno

Io considero la scienza della natura, insieme con la musica, la poesia e la pittura, come la maggiore realizzazione dello spirito umano. (Karl Popper)

Una delle tipologie di riprese naturalistiche più contestate, discusse e delicate è quella dello spostare, momentaneamente, una specie dal suo habitat per inserirla in un contesto di terrario o acquario per realizzare riprese diversamente impossibili o quasi…
Pensate al “magico” micro-mondo dello stagno con acque torbidissime e fondali molto bassi e fangosi, come si possono effettuare riprese delle fasi salienti dei suoi abitanti, come ad esempio gli anfibi senza applicare queste strategie?
Le mie prime fotografie di questo tipo risalgono a circa vent’anni fa, ricordo ancora benissimo la già vecchia Canon ftb e i piccoli flash manuali che non sapevo come posizionare per non generare riflessi sui vetri, la difficoltà di riprodurre fedelmente un habitat subacqueo e tante altre problematiche.  Da allora il desiderio di tentare questo genere di immagini direttamente in natura non si è mai assopito.
Quest’anno ho, grazie alla collaborazi

one con l’Ente Parco Foreste Casentinesi Monte Falterona e Campigna che ha concesso i permessi per immergermi, parzialmente realizzato questo desiderio. Individuata una grande pozza d’acqua non eccessivamente torbida dove all’interno si riproducono tre delle quattro diverse specie di Tritoni presenti in  Italia ho tentato questo genere di fotografie.
Ho impiegato una custodia stagna prodotta da Easydive  (www.easydive.eu) con oblo sia per la mia ottica grandangolare che per quella macro, con una muta stagna mi sono isolato dall’acqua fredda e non solo, grazie all’enorme galleggiamento di questa muta (impiegata senza piombi) riuscivo a non toccare il fondo alzando un enorme sospensione intorbidendo il tutto.
Le fotografie macro sono state un po’ deludenti, in quanto si è abituati a vederle realizzate in… come direbbero gli inglesi “”captive”, di conseguenza con una qualità altissima rispetto a come si possono realizzare direttamente in natura. Le immagini ambientate con il grandangolare invece hanno dato alcune soddisfazioni, non per ultima quella che da mia ricerca sul web non ha prodotto risultati, ovvero non ho reperito altre immagini simili, o meglio, realizzate in acque di quel tipo direttamente sott’acqua. Le difficoltà tecniche e logistiche non sono state poche, i tritoni non sono molto confidenti e sembra che farsi avvicinare da un fotografo in muta stagna, pinne e maschera con un enorme custodia in mano non sia fra le loro attività preferite, occorre essere veloci, molto veloci,  con l’ottica macro è quasi impossibile. Con il grandangolo scattavo senza guardare il mirino della reflex, ma stendendo il braccio e componendo l’inquadratura un po’ empiricamente e facendo riferimento al riflesso ben visibile sull’oblò semisferico, quindi velocità d’azione in primis.
Anche all’imbrunire, illuminando con un faro subacqueo il campo inquadrato le macro hanno dato poche soddisfazioni. Credo che arricchire un servizio foto giornalistico sui tritoni con immagini d’ambiente realizzate sott’acqua sia una novità ne panorama editoriale e che per quanto rimanga indispensabile servirsi di vaschette e simili mescolare i due “generi” sia un passo avanti nell’etica del reportage, non solo quindi dichiarare le immagini “captive” in ambiente riprodotto ma tentare sempre le riprese in natura per completare e corredare quelle ”controllate” al fine di offrire al lettore una visione ampia e reale non solo della biologia delle specie ma anche delle tecniche per la ripresa fotografica delle stesse.

coppia di tritoni crestati, macro ripresa in vaschetta ("captive")

coppia di tritoni alpestri, corteggiamento, ripresa in vaschetta ("captive")

coppia di tritoni comuni, della femmina si vede l'occhio fra la vegetazione in basso a sinistra. notare il mashio che agitando la coda manda i propri ferormoni alla femmina inducendola a ovodepporre. ripresa in vaschetta ("captive")

una femmina di tritone crestato probabilmente a caccia della piccola larva di donzella subito sotto di lui..

femmina di tritone crestato fra la vegetaazione somersa

femmina di tritone alpestre, macro eseguita all'imbrunire con illuminatore e flash

maschio di tritone crestato in livrea...

maschio di tritonr crestato in u punto particolarmente torbido dello stagno

WORKSHOP… LA FOTOGRAFIA PAZZA!

Strano paese il nostro. Colpisce i venditori di sigarette, ma premia i venditori di fumo.
(Indro Montanelli)

Di Fabio Liverani e Mirko Sotgiu

Ci siamo, abbiamo raggiunto l’apice delle offerte di “viaggi fotografici”, corsi di fotografia e così detti “workshop”… Il Web e non solo pullulano di offerte: dal fine settimana al “viaggio avventura”. All’incirca una volta l’anno nel “belpaese” scoppia lo “scandaluccio” del tour operator fasullo, dell’agenzia fantasma e cosi via, cosa volete farci? Il nostro è il paese dei furbini! E nel mondo del viaggio e del week end dedicati alla fotografia che succede? Possiamo immaginarlo ma siccome ci tocca da vicino, e per natura siamo curiosi, diamo un occhiata.
Questo settore non è esattamente regolamentato, o meglio è regolamentato dalla legislatura inerente i viaggi in senso generico. Un fotografo, cosi come un architetto, un medico, un avvocato non possono proporre e vendere viaggi, non solo, non possono nemmeno fare le guide! Occorre un esame, un abilitazione e seguire scrupolosamente le normative legali. Un fotografo può invece durante un viaggio fare lezioni tecnico pratiche di fotografia e curare la parte didattico fotografica del viaggio, del week end ecc. Ecco è qui che la repubblica delle banane esprime il meglio di se. Abbiamo geometri che nel tempo libero giocano con la fotocamera e si spacciano per professionisti, senza nessun cliente, nessuna pubblicazione retribuita, niente di niente, si spacciano per professionisti qualificati e navigati… ahimè come verificare questi figuri? È molto difficile, soprattutto quando nei vari siti web è omesso curriculum, pubblicazioni e quant’altro possa aiutare l’utente a barcamenarsi fra la moltitudine di proposte, che sono davvero tante. Abbiamo fotografi matrimonialisti che diventano “guru” del reportage, conciatori di pelli esperti di comunicazione visiva che da foto amatori della domenica criticano in giurie di dubbia competenza altri foto amatori,  ma  più modesti e onesti. Una nutrita schiera di frustati esseri che amano nel fine settimana o durante le vacanze vestire i panni del fotografo, spesso istruendo malamente e incompetentemente distratti foto amatori che, ahimè,  loro malgrado, gli sono finiti fra le grinfie. Non finisce qua, fra i vari siti web di professionisti dell’immagine non mancano avvocati, medici, operai… persino un bibliotecario,  molti con il loro bel sito “professional photographer”! Sì dal venerdì sera alla domenica mattina!
Ordunque quella del fotografo, del foto giornalista specializzato in tematiche ambientali e geografiche è una professione difficile, povera, con pochi sbocchi e questi disoneste persone non l’aiutano certo, anzi contribuiscono ad impoverirla culturalmente ed economicamente, e questo non fa bene né alla professione né agli utenti, che pensano di essersi rivolti ad un professionista invece gli capita un non si sa cosa vestito da fotografo, griffato Nikon o Canon che arrogantemente gli propina qualche nozione elementare che è fortuna se non è decisamente errata.
Spesso questi foto amatori auto proclamati professionisti dell’immagine si servono di Tour Operator locali non abilitati a lavorare in Italia che addirittura chiedono il pagamento in contanti in loco del tour… Credo sia ovvio che sono “modus operandi”  al limite della legalità e che per l’utente sia meglio, in questi casi, evitare simili procedure, in quanto se si dovessero avere problemi non si avrebbe nessuna tutela. Allora come tutelarsi? Beh in fondo non è così difficile, il dramma non è perdere un po’ di tempo nella ricerca di un offerta seria, il dramma è che questa ricerca è purtroppo necessaria.
Verificate che i fotografi o il fotografo accompagnatore siano  realmente professionisti esperti del settore specifico che vi interessa, chiedete la partita i.v.a., un curriculum, le pubblicazioni. Importantissimo diffidate di chiunque vi chieda soldi come fotografo, se non c’è un agenzia, ovvero una struttura specifica l’offerta non è legale, in Italia solo le  agenzie e i tour operator possono vendere viaggi, anche fossero solo di un fine settimana. . Un fotografo non è una guida naturalistica tantomeno una guida alpina o un istruttore sub, siamo arrivati al punto di trovare fotografi che si improvvisano per sentieri in montagna, grotte, sostituendosi ad una guida alpina questo nel nostro paese è illegale, se succede qualche disgrazia, che speriamo non avvenga mai, chi paga?
Verificate che siano presenti le assicurazioni medico bagaglio , annullamento, un contratto di viaggio, una scheda tecnica, la possibilità di accedere al Fondo Nazionale di Garanzia (art.100 Cod.Cons.). La normativa di riferimento è la D.L. 17.03.95 n.111 attuazione della Direttiva CEE 314.90.
A questo punto gentili utenti della fotografia non rimane che augurarvi buona fortuna, e un invito a diffidare e verificare,  in fondo, non è una novità, per avere  vini degni di questo nome è servito lo scandalo del metanolo,  per avere carne decente è servito lo scandalo della mucca pazza, è adesso? Cosa dite, aspettiamo la foto pazza? Forse no, troveremo fotografi che dal venerdi alla domenica si occuperanno di imbiancature e cantieri, il bello del nostro paese tutti fanno tutto senza aver studiato o avere l’esperienza, chissà se i geometri e gli imbianchini se la prenderanno?

Strumenti, giovani e tecnologia…

Serena Dandini: Credi che gli sbagli aiutino a crescere?
Vulvia: Certo, se supportati da una buona alimentazione.

(dialogo fra “Vulvia”: Corrado Guzzanti e Serena Dandini;  L’ottavo nano, episodio 10)

I trafiletti redazionali dei settimanali sono notevoli, ci si può trovare di tutto, anche lo stimolo per un “sasso nello stagno”, anche la descrizione di un sito web che promuove un noto modello di fotocamera compatta. A noti importatori di queste compatte non bastava la scandalosa sottocultura televisiva, l’abominio generato da “velinismi” e altri appiattimenti celebrali e amenità che conseguono questa pratica, non gli bastava e hanno riproposto la medesima spazzatura concettuale e stilistica su un apposito sito web!  Pronto, pronto, pronto stiam diventando tutti coglioni,  pronto, pronto, pronto con Berlusconi o con la RAI. (La strana famiglia, Giorgio Gaber) è la prima cosa che mi è venuta in mente, anche sul web si ripropone la stessa “comunicazione idiozia”. La cosa che mi fa arrabbiare è che  tanta mediocrità è applicata alla fotografia è decisamente fuori luogo, finché è un detersivo passi… Ma, applicata alla fotografia che è per sua natura  l’espressione che impiega maggiormente tecnologia, quindi competenze, quindi studio, quindi cultura diviene davvero un messaggio abominevole . Studio e cultura sono vocaboli che si usano sempre meno, perdonatemi se ne abuso.  La fotografia viene banalizzata in maniera inquietante, e non fa bene né alla fotografia stessa, né ai fotografi, tantomeno ai foto amatori e non fa bene nemmeno a produttori e importatori, ma evidentemente essi pensano il contrario.  Tranquilli, nel sito web qui polemizzato non può mancare l’ovvio, ovvero il personaggio famoso, il fan club e il concorso a premi. Forse son io che a trentotto anni son già un dinosauro sociale ma sinceramente questa tipologia di promozione che non fa minimamente divulgazione e cultura associata al mio amore più grande: la fotografia in ogni sua espressione, mi irrita, e molto!

Il terrore sopraggiunge quando leggo che questa “roba” dovrebbe mettere i giovani in contatto con la tecnologia! Ignoravo questa esigenza, nella mia ingenuità pensavo che i giovani e i giovanissimi avessero sì bisogno di “mettersi in contatto”, ma non con la tecnologia, piuttosto credevo  ci fosse l’esigenza maggiore di tematiche più profonde come possono essere valori e ideali in senso generico e, nello specifico fotografico, la divulgazione di cultura fotografica che non passi attraverso gli stereotipi della spazzatura televisiva dei “programmetti” brucia cervello.

Credo, anzi sono sicuro che si possa fare divulgazione e anche promozione di un prodotto commerciale basandosi e sfruttando ben altri temi e ben altri modi, e sono ancora sicuro che la risposta di questi “giovani” sarebbe potenzialmente più alta, è davvero penoso assistere alla sottovalutazione di questi ragazzi che non sono tutti “poveretti mentali” da salotto di Maria De Filippi. Due fustini al posto di uno? Funziona ancora? Non lo so, ma evidentemente c’è chi pensa di sì! E chi pensa di applicarlo alla fotografia, almeno come concetto promozionale.

fotografia ed elaborazione grafica: Roberto Ossani http://www.arcobaleno.com