“Ogni cosa che vedi in basso, sul vetro della tua Rolleiflex è la realtà – le cose come sono. La Fotografia è cosa deciderai di farne di tutto ciò”

(George Rodger).

La “costruzione estetica” nel reportage è ammessa o non è ammessa, se sì fino a che punto? Questo tema mi è stato “stimolato” da una e –mail ricevuta:

“Buongiorno sig. Liverani, mi è capitato tra le mani un numero di National Geographic del novembre 2007 e all’articolo “Un parco per l’anima” trovo una sua foto sul Santuario di La Verna… purtroppo la foto è una falsità per due ragioni: Uno a La Verna non ci sono monaci, ma frati francescani. Due, il saio dei francescani non è bianco, ma marrone scuro. Nella speranza che le sue prossime foto e reportage corrispondano alla realtà e verità e non esteticamente costruite, porgo cordiali saluti (E-Mail firmata)

Non entro nel merito di queste affermazioni, per altro soggettive, ma il caso specifico è molto divertente e attinente con il nostro discorso. Ho fotografato l’eremo della Verna diverse volte e ho sempre scelto giornate nebbiose quando praticamente non ci sono “visitatori”, anzi diciamo turisti, perché La Verna è uno fra gli eremi più importanti e visitati del mondo, ospita monaci e religiosi di ogni ordine: in visita, in preghiera o per studio, quindi visitatori ce ne sono sempre, turisti per lo più solo il sabato e la domenica. Una volta vi ho incontrato due pullman di texani con stivaloni e cappelloni… ma torniamo al dunque. Come è sempre buona abitudine ho avvertito la segreteria della Verna del mio arrivo e delle riprese fotografiche, appena arrivato ho chiesto la collaborazione di un novizio francescano, per avere qualche foto sicura con la presenza discreta di un frate nell’inquadratura, per non far perdere tempo al gentile francescano in attesa del suo arrivo ho preparato l’inquadratura sul treppiede . Dopo pochi minuti è passato un frate con il saio bianco, sono riuscito ad ottenere qualche bello scatto… a questo punto la nebbia è scesa più fitta ed insieme a lei è giunto il “novizio-modello” che molto gentilmente mi ha dato modo di realizzare qualche scatto. Un gruppo di suore ha poi attraversato il meraviglioso cortile interno celando un anziano prete al centro del divertente gruppetto, si sono accorti di essere stati fotografati e mi hanno dato una e-mail perché inviassi loro la foto in quella nebbia fittissima. Ma “ iconograficamente” in un eremo di notorietà mondiale visitato da ogni sorta di ordine ecclesiastico qual è la figura più emblematica? Il frate francescano perché l’eremo è francescano? Il frate con il saio bianco poiché la foto non è stata minimamente costruita ed è quindi la più autentica? Aggiungendo che l’eremo ospita per brevi periodi frati di ogni ordine. Oppure quella buffa con le suore? Ai posteri l’ardua sentenza! Vediamo qualche esempio storico interessante … La famosissima foto di Kapa dei Marines che alzano la bandiera a Iwo Jima si dice sia stata costruita ad hoc alcuni giorni dopo la battaglia… Uguale si dice per quella del miliziano colpito a morte durante la guerra di Spagna. Tante opinioni discordanti circolano sul fatto che siano costruite o meno, magari nel primo di questi due casi specifici la ricostruzione è stata dimostrata in maniera piuttosto evidente da ricerche storiche effettuate, ma su decine di altre immagini rimane il dubbio… Di sicuro spesso è difficile e a volte impossibile realizzare le immagini che “i giornali vogliono”, allora si ricostruisce un azione avvenuta e accaduta che non travisi la realtà del fatto stesso, e questo è un tipo di “costruzione estetica” ammesso da molti. Un’altra tipologia – e questa non è ammessa da nessuno- è quella di creare il fatto, ovvero manipolare l’immagine in post produzione oppure ricreare una scena mai avvenuta, il concetto è lo stesso anche se i metodi di esecuzione sono diversi: nel primo caso attraverso il software, nel secondo attraverso la ricostruzione di un avvenimento o di un azione non avvenuta per mezzo di “figuranti” più o meno consapevoli. In tempi recenti National Geographic ha pubblicato una nota di scuse per un immagine ritraente una tribù della Tanzania al ritorno dalla caccia all’elefante, in quanto si è scoperto che le immagini erano state scattate in kenya e non in Tanzania e che le zanne visibili nell’immagine erano marcate e concesse in uso al fotografo dal “Kenya wildlife service”. Molto spesso alcune immagini vengono escluse da prestigiosi concorsi internazionali per l’eccesiva opera di post produzione ed è successo anche qualche licenziamento di fotoreporter che avevano alterato i fatti in post produzione cambiando in maniera significativa i fatti rappresentati o l’impatto emozionale dell’immagine stessa. Famoso il licenziamento del fotografo Brian Walski da parte del Los Angeles Times per aver scoperto la manipolazione di un immagine di copertina, dove il fotografo ha poi ammesso di aver combinato elementi di due fotografie scattate in momenti diversi. La didascalia: “Un soldato britannico ordina a civili iracheni di ripararsi dal fuoco iracheno presso Bassora” e le figure nelle immagini fanno credere che soldati iracheni sparino su civili iracheni. Falsità pura e propagandistica scoperta che ha causato il giusto licenziamento del fotografo.

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